Barbara Baroncini

Che ruolo pensi che abbia l’artista nella contemporaneità?

Penso l’artista come una figura capace di osservare il mondo ed interpretarlo con uno sguardo non propriamente comune. Vedo l’artista come colui che sceglie di esplorare i propri pensieri, il proprio vissuto, ciò che è passato ed è stato, e l’idea di ciò che potrebbe essere futuro. Compie una serie di esplorazioni, direi quotidiane, all’interno del contesto culturale e socio-politico in cui vive, a cui si rivolge ma anche si scontra inevitabilmente. Ma anche le esplorazioni che condivide con l’altro, con gli uomini a lui simili oppure molto diversi. Vedo questa attitudine come un’esperienza umana totalizzante, alimentata sempre da una spinta verso la ricerca, il dubbio, il nuovo, l’opposto.
Questa propensione porta l’artista a sperimentare di essere tutto, ovvero una persona capace di immergersi in tutte le realtà possibili. Se l’artista vede una cosa da un punto di vista più scientifico ha la possibilità di “essere un fisico”, cioè di operare con la visione di un fisico, volgendo lo sguardo verso una ambito più scientifico. Ha la possibilità di scegliere il contesto da indagare e l’ambito in cui immergersi.

Riassumendo l’artista è colui che, scegliendo di fare l’artista, ha il lusso di poter fare di tutto quello che ho appena detto un lavoro.

Ed è con questo insieme di singolarità e competenze che l’artista ha la possibilità, diciamo il ruolo, di educare allo sguardo, più precisamente di educare lo sguardo di coloro a cui si rivolge, in un senso ampio il pubblico, e trasmettere strumenti e possibilità per vedere.

Secondo te, l’artista fornisce un qualche tipo di servizio alla società?

Non riesco a collegare in modo immediato il concetto di pratica artistica alla alla parola servizio. Quello che deve fare un’artista è produrre opere, opere che vanno esposte per un pubblico, nella mia ottica il più possibile secondo un’idea di “dono”. é questo che interpreto come servizio alla società.

In realtà mi sono sempre scontrata con quest’idea di utilità/inutilità dell’arte. Mi viene da dire si parte dalla perdita di funzionalità degli oggetti che compongono le opere d’arte, quindi dalla loro inutilità, per poi raggiungere una sorta di utilità una volta che l’opera entra in contatto con il pubblico. Nel mio modo di fare ho bisogno di un contatto con l’altro, difatti tutto il mio lavoro nasce dal dialogo e dal confronto con le persone, da sola non riuscirei mai a produrre qualcosa di fisico, rimarrebbero solo pensieri.
Sento che tutti questi lavori che mi circondano [siamo nello studio di Barbara] di per sé sono inutili, ed è solo con l’esperienza di chi le guarda che acquistano un senso. é l’incontro tra opera e spettatore che dà all’arte un’utilità, che può essere positiva, (ben venga!) o negativa (ben venga ugualmente!). Perché penso che anche da un’incomprensione e da un fraintendimento possano nascere riflessioni interessanti e importanti sia per il pubblico sia per l’artista. Come è anche vero che a me piacerebbe fare sempre cose utili, condivisibili da pubblico.
Ma devo dire che da un po’ di tempo ho smesso di tormentarmi con questa idea di fare qualcosa di utile per gli altri. Immagino che non sempre lo sia… ma chi decide di accostarsi e capire il mio lavoro e soprattutto il mio modo di leggere e esprimere le cose, credo che rimanga un attimo folgorato, ma questo quando e perché l’opera funziona.

Quel “rimanere folgorato” potrebbe essere definito come utile?

Si, forse si, nella vita di chi vive quel momento.

Qualche mese fa ho fatto un pensiero sulla questione dell’utilità… quando vado a lavorare a scuola mi fermo sempre ad un incrocio e al semaforo c’è sempre una persona che vende i fazzoletti. Riflettendo su questa condizione mi son chiesta quanto fare l’artista avesse un senso, perché per quella persona, ad esempio, non avrei mai fatto nulla di utile, come per la maggior parte della gente. Purtroppo il tentativo dell’artista di arrivare al pubblico a volte si perde perché sta negli occhi di chi la guarda scegliere di renderla utile per se stessi o per la comunità. Il principio sta nell’educazione allo sguardo, di cui ti parlavo all’inizio… Parte tutto da una cosa mia un po’ egoistica, dall’esigenza che tutti noi artisti abbiamo di esprimerci, ma che è giusto, o semplicemente più bello regalare e donare, quindi condividere con qualcun altro. Si tratta di compensare le mancanze, altrimenti diventa un discoro autoreferenziale.

Diciamo che è sicuramente utile per la tua persona e forse più relativamente utile per un pubblico?

Si. Credo che l’utilità personale sia la prima intenzione, più o meno consapevole. Dipende molto anche dal lavoro perché non è detto che opere che richiedono l’intervento del pubblico siano più utili al pubblico rispetto ad un’opera totalmente contemplativa.

Dipende… ad esempio quando ho contato le persone [ contare sulle persone, 2014 ], la prima volta ne ho contate 2200, tutte sono entrate qua dentro e sono state contate perché io le volevo contare. In parte con una certa inconsapevolezza, tutte hanno fatto esperienza di un’opera e la hanno generata, ma io non so se hanno capito. Probabilmente alcuni vedevano dei numeri ma non capivano che cos’erano e il senso, però sono stati qua dentro… Penso che quel lavoro li abbia fatti stare all’interno del Collegio per più tempo di quello che avrebbero passato normalmente, perché in quelle sere c’era qualcosa di diverso. Quel lavoro cambiava l’aspetto del luogo, era un’occasione particolare, era notturno, molte cose cambiavano, ed era grande… Allo stesso modo ricevo commenti ed osservazioni davanti alle sculture che vanno solo osservate e contemplate e che non richiedono una parte attiva delle persone. Credo di fare un bel lavoro ogni volta che ricevo una domanda da chi lo guarda perché significa che ho generato un pensiero nella loro mente.

Tu ti definisci artista?

Si. Dal momento che scelgo di lavorare sull’educazione del mio sguardo. Non è tanto una necessità di produrre oggetti, difatti non produco tantissimo. Ho un rapporto molto tranquillo con quello che faccio, anche se cerco sempre di farlo venire il meglio possibile perché sento molta responsabilità quando decido di esporlo alla vista del pubblico, soprattutto ultimamente, perché ho sempre prodotto quasi tutto in funzione di mostre o eventi, quindi il contatto con il pubblico c’è sempre. Perché lo metto a “servizio” degli altri… Si ritorna alla domanda di prima!!! Sento molto il peso di dire: “Ok l’ho fatto” e risponderne al 100% sia nelle conseguenze positive o negative.

Poi ho capito che non ho quell’esigenza febbrile di creare con le mani, di disegnare, di montare, perché mi sento molto incapace a livello tecnico e fabbrile. Anche se quando riesco a farlo e mi piace sto molto meglio. Dò molta più fiducia al pensiero che genera l’opera, mi ci affeziono di più, nonostante sia astratto.

Questa responsabilità che senti da cosa deriva?

Dall’esigenza di esprimere un contenuto che rispetti in modo organico il pensiero iniziale. Sono molto scrupolosa nello scegliere il modo di esprimere quello che voglio esprimere, perché, per quanto mi riguarda, non è molto scontato. Impiego molto tempo a trovare soluzioni che riescono a riassumere ciò che ho in testa. I lavori migliori sono sempre nati da visioni e pensieri immediati, molto spesso caratterizzati da un contesto ben preciso. Allora lì riconosco la pregnanza di un pensiero ed inizio a sviluppare un ragionamento e costruire il pensiero totale per il lavoro. Poi penso alle possibilità di metterlo in atto e ricerco tutti i modi possibili che mi permettono di realizzare al meglio quello che ho in testa.

La responsabilità quindi ricade sull’essere portatrice di quel pensiero che è arrivato all’improvviso a volte anche senza un ragionamento precedente.

Si. Mi piace quando riesco a creare qualcosa che nella mia testa risponde a un solo perché. Io devo vederlo quasi ed esclusivamente in quel modo perché mi piace arrivare a fondo nelle cose, anche se faccio moltissima fatica. Molto spesso mi confronto con gli altri ed accetto con entusiasmo le loro interpretazioni e le visioni. Ho capito che ogni mio lavoro deve partire sempre da un perché a cui deve ricollegarsi una risposta che corrisponde a quello che volevo esprimere.

Una risposta che arriva da queste idee…e queste idee da dove arrivano?

Le idee principalmente vengono dall’osservazione di un luogo e dal captare le problematiche e le possibilità. Sono una persona che non sa fare niente se non si guarda attorno. Difficilmente dico “voglio fare una cosa” e la faccio perché ho sempre bisogno di input dall’esterno. Per carattere osservo molto, voglio capire, voglio osservare e andando a capire di che cosa ha bisogno quell’ambiente, quel contenitore, cerco di concretizzarlo nel mio lavoro artistico. Ho un lavoro molto vario, non ho una linea di ricerca precisa, perché per vari motivi, positivi o negativi, fin’ora ho sempre operato così. é l’approccio che mi caratterizza.

Quindi è tutta una questione di sguardo. Mi sono domandata fino a che punto deciderò di fare l’artista e mi sono risposta che sicuramente fino ai 30 anni sarò tranquilla, poi si vedrà…ho tempo 3 anni e mezzo per prepararmi a quello che c’è dopo.

Comunque vorresti farle l’artista? Vorresti vivere del tuo lavoro?

Si, perché vorrei avere la libertà di continuare ad essere libera di guardare con questo sguardo e essere artista è uno dei pochi lavori che ti permette di farlo.

Se ripercorro la mia adolescenza capisco che fare l’artista è una cosa in cui ci sono capitata dentro. Ricordo che da piccola volevo ballare, ma mi vergognavo e ballavo solo quando ero sola. Non avendo intrapreso questa strada ho casualmente proseguito con l’arte perché il disegno e i colori li praticavo sin da piccola… disegnavo molto all’asilo, mi mettevano un grembiule e dipingevo, non parlavo neanche tanto, mi esprimevo con i disegni, facevo pile e pile di disegni e ogni giorno ne portavo a casa uno… Insomma mi ci sono ritrovata perché è stato un percorso che ho sempre portato avanti… alle medie disegnavo abbastanza bene, la professoressa mi chiese che scuola avrei voluto scegliere…liceo artistico!… poi mio papà si convinse di mandarmi al liceo artistico perché pensava che fosse un liceo scientifico con in più le materie artistiche e diceva “va bene, è una scuola buona per Barbara”…quindi mi permise di iscrivermi. Poi da lì la scelta dell’accademia è stata di conseguenza. Ci sono stati tanti piccoli indizi che mi hanno portato su questa strada. Fare o non fare l’artista? Ormai ci sono dentro e lo porto avanti, mi accorgo che non saprei assolutamente cos’altro fare.

Faccio un altro lavoro, lavoro a scuola ma l’ho iniziato a fare senza consapevolezza e lo sto continuando perché mi piace e perché ho una sensibilità che mi porta a saperlo fare. Aiuto gli altri. In realtà non so se sono bravissima a farlo, ma mi dicono di si e mi fido degli altri… Ho il terrore nel pensare di cercare un lavoro, perché un altro lavoro non lo so fare, io so vedere le cose con un solo metodo, che è quello dell’artista.

Non lo sai fare o non lo vuoi fare?

Non lo voglio fare. Ma ancora di più ho anche il terrore di non essere in grado di farlo.

Non mi sento arrivata, ci mancherebbe, ma il territorio dell’arte è più sicuro per me, so già come si fa, so già controllare certe cose, quando non ho idee so aspettare un periodo, infatti dopo arrivano, ma ne arrivano due non diecimila, però quelle due si fanno.

Ti volevo raccontare questo aneddoto: ho iniziato a studiare storia dell’arte da piccola, andai a vedere una mostra di Van Gogh dove c’era una ballerina di Degas, quei modelli in cera con il tulle, un po’ scimmiesche… e anche se c’era una versione dei girasoli di Van Gogh, io rimasi attratta da quella scultura e pensai a quanto era brutta! Però era allo stesso tempo bellissima! C’era della bruttezza in questo viso scimmiesco, ma l’eleganza della posa rafforzata dal rosa del tulle, un elemento estremamente femminile, la rendevano bellissima. Questo evento mi ha colpita perché il mio sguardo aveva catturato una bellezza nella bruttezza. Son quelle piccole cose che ricordi, da li poi è stato un crescendo.

Hai da aggiungere qualcosa?

Per rispondere alla domanda “Cosa mi spinge ad essere artista?” dico perché mi piace, perché sto bene così, è il mio modo di guardare. È un’educazione allo sguardo. Di quello che faccio butterei via tutto, non è che mi interessa, magari terrei due o tre cose ma non ho bisogno di accumulare. Ma non rinunce