Caterina Gabelli

Secondo te, nella contemporaneità, un’opera d’arte ha un’utilità?

Non percepisco la contemporaneità come qualcosa di totalmente separato dal passato, soprattutto se si parla di opere d’arte e del loro valore.

Credo che l’opera d’arte abbia una sua intriseca “utilità”, intesa come qualità evidente, non una qualità intesa come oggetto utile per qualcos’altro, ma in qualche modo la qualità che può avere un soggetto vero e proprio, la capacità di attivare in un altro soggetto immagini, pensieri, emozioni e anche azioni vere e proprie.

La figura dell’artista quanto può gestire questa capacità dell’opera di attivare i soggetti?

L’artista è l’artefice dell’opera, in alcuni casi poi opera e artista (in quanto soggetto fisico) sono strettamente legate, se penso per esempio a “The Artist is Present”di Marina Abramovic, in cui forse c’è quasi una totale fusione tra le due cose. In generale comunque, anche per opere di carattere non performativo, l’artista dirige ed è consapevole di questo processo.

In quest’ ottica, pensi che un artista abbia qualche forma di responsabilità nell’atto di creare un’opera?

Sì, ovviamente l’artista ha una buona dose di responsabilità nei confrondi di quello che crea, soprattutto perchè l’opera continua a parlare anche dopo di lui. Anche se non può totalmente prevederne la conseguenze e gli effetti che questa può avere sulle persone, ne resta in buona parte il responsabile.

Da artista, come affronti questa responsabilità?

Posto che non mi posso definire un artista, posso dire per ora soltanto di avere questa tensione verso l’arte, la responsabilità di quello che faccio mi tormenta, mi tormenta il fatto di poter produrre ingenuamente della spazzatura, non tanto di veicolare messaggi di qualche tipo.

C’è anche una forma di responsabilità nei confronti dell’Arte stessa. Mi viene in mente una frase di Gherard Richter, nel suo caso riferita all’opera Atlas: “La mia intenzione era piuttosto quella di far ordine e non prerdere traccia delle cose”. Ecco credo che al momento il mio modo di affrontare la questione sia riassunto bene da questa frase.

Vorrei non perdere traccia delle cose e non creare altri cumuli di spazzatura.

Riusciresti ad individuare un’ origine della volontà di intraprendere un percorso simile, anche se legato a tormenti e responsabilità?

Non so se sia esattamente una volontà, o meglio, è una volontà che risponde ad un senso di necessità. L’origine è difficile da rintracciare, sono sempre stata molto attratta dalle immagini, fin da molto piccola, mi ricordo che anche nei confronti dei libri mentre mie sorelle leggevano le storie io guardavo solo le immagini e mi immaginavo altre storie rispetto a quelle scritte. Disegnavo molto, ma come tutti i bambini d’altra parte, credo fosse un modo per collegarmi di più al mondo, che mi spaventava abbastanza. Negli anni è stato difficile decidere se assecondare questo bisogno e se trasformarlo in una professione.

Ho scelto di frequentare il liceo classico per approfondire la letteratura, la filosofia, ma dopo cinque anni di studio intenso mi era ancora più chiaro che avrei voluto dedicarmi ad altro. Non parlo quindi di predisposizione o di talento naturale (almeno, nel mio caso, ero una bambina mediamente dotata come tante altre) quanto proprio di desiderio, necessità.

Mi viene in mente una frase pronunciata da Guido, il protagonista di Otto e Mezzo (Fellini), quando è a metà del suo film e non ne vede più il senso
ad un certo punto dice tra sè e sè cantilenando: “non ho proprio niente da dire!”e poi aggiunge risoluto “ma voglio dirlo lo stesso”.

Ecco, credo che il mio percorso artistico assomigli molto a questa cosa qui.