Davide Sgambaro

Pensi che un’opera d’arte si possa considerare utile per la contemporaneità?

Se parliamo di arte contemporanea direi di si, ma prima di tutto elogerei il Viceversa. Penso che la contemporaneità debba essere linfa per l’opera d’arte, la ricerca e la sua produzione. Innamorarsi del dramma odierno e del presente mai presente, la fuga, il caso, la fortuna, il ricrearsi, l’esperienza personale. Ora, io sarò di parte, dato che queste sono le tematiche della mia ricerca, credo però debba esserci un ritorno all’opera d’arte vista come vita, non inteso come lo intendeva Duchamp, o meglio, non del tutto. Mi spiego meglio (se questo è spiegarsi), è meraviglioso che ognuno di noi abbia una formazione diversa, un passato migliore o peggiore, le proprie tragedie; è meraviglioso anche che una delle poche cose che condividiamo noi giovani artisti è un momento storico ambiguo. Noi siamo quelli che han saputo imparare la tecnologia da autodidatta e nel contempo non la sanno usare quanto i bambini che ora hanno 5 o 6 anni, siam coloro che pagano gli errori dei nostri nonni, che non si rendono conto di essere sempre stati adulti (nel senso di responsabilità socio economiche addossateci) c’è stato un caos generazionale nella nostra adolescenza che abbiamo compreso ed influenza la nostra visione del contemporaneo. Il modo di guardare le cose e di vivere le situazioni è fortunatamente malato di un sottile velo di spaesamento, qualche vertigine e una corsa allo svago quasi avessimo la certezza di morire presto, presto, presto.

Corri.

Son fermamente convinto quindi che tutto ciò che riguarda questo tentativo di riscattarsi in questo caos debba trasparire nell’opera d’arte e nella vita stessa tramite il caso.

La casualità di un incontro che ti cambia la vita, il colpo di fulmine, l’idea, lampi che si accendono e che devi annotare velocemente, fotografare per fermarli nella nostra memoria danneggiata.

Ringrazio il mio background provinciale per la grande noia nel crescere senza stimoli che ha attivato la mia sensibilità che, a sua volta, è stata indispensabile per captare e trasformare in idee emozioni mai banali che ti sconvolgono nonostante siano sottovalutate, come l’innamorarsi in treno sia all’andata che al ritorno, l’essere bugiardi anche con se stessi inventando e convincendosi di storie assurde che modificano il proprio modo di essere e di relazionarsi.

Una persona sempre nuova, che non riconosco mai.

Concludendo trovo che il prezzo da pagare sia la solitudine ed un ritorno al nomadismo, divoriamo situazioni e ne prendiamo il meglio, poi si ricomincia sempre e così via. L’opera è quindi indispensabile per la contemporaneità perché è testimonianza di generazioni e figli di tempi diversi, quasi un diario, un archivio di stati psicofisici espressi tramite svariati media.

Un bel vomito collettivo.

L’arte ha la responsabilità di trasmettere una qualsiasi emozione che è sempre soggettiva, un qualsiasi punto di vista su una ricerca vissuta e sofferta.

La responsabilità far dimenticare il tempo ad un pubblico abituato alla velocità.

Credi che le opere d’arte riescano a comunicare tutto questo a chi ne fruisce?

No assolutamente no, e per fortuna! Credo che le opere d’arte riescano a comunicare addirittura Altro.

L’altro è sempre intrigante.

Questo è meraviglioso, dipendentemente da chi osserva, il significato cambia anche se quest’ultimo è palesato. Parliamo probabilmente di un’educazione visiva soggettiva, anche qui di esperienza del fruitore. Se ora si vuole conoscere il significato primo dell’opera bisognerebbe prima conoscere l’artista, le sue esigenze e le sue ossessioni.

Molte volte l’artista stesso capisce alcuni punti del suo lavoro una volta realizzato, mentre lo sta osservando. Mi è successo ciò con la mia ultima installazione “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” che ho esposto per la mostra finale degli Atelier 2015 – 2016 di Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia. L’installazione consiste in una performance di un oggetto di recupero, questo enorme skydancer (pupazzo gonfiabile) già danneggiato dal tempo e dall’abbandono era incastrato nella stanza nella quale si dimenava e urtava contro il soffitto e le pareti. La finalità era lasciata al caso, sapevo sarebbe arrivata la fine della performance con la morte improvvisa del pupazzo ma non sapevo quando sarebbe avvenuta. Mentre lo vedevo dimenarsi nella stanza ricollegai il mio lavoro alla mia cultura visiva anni ’90, dalla musica al cibo, cose che nel concepire l’idea non mi erano nemmeno passate per la testa. Ecco perché dico che si è il proprio lavoro, c’è sempre un macrotema comune proposto dall’artista e compreso immediatamente dal fruitore ma la cosa più interessante in questa tipologia di lavori è capirne l’esigenza. Sta all’artista lasciare tracce per uno studio intuitivo del lavoro, prendi per esempio il mio titolo, è una chiara citazione biblica, un’affermazione gridata da un Cristo appena crocefisso. In questo caso è pura autoironia, son stato io a dar la morte al mio oggetto-performer, una cosa che non potevo prevedere, anche qui la casualità di una fine data per certa.

L’artista non è più una sorta di mito, può ancora anticipare il futuro ma torna ad essere fragile e persona nel mostrarsi nudo in tutti i suoi errori e quindi molte volte non sa bene quello che fa in balia degli avvenimenti e dello stesso mondo dell’arte.

Brindiamo al caos quindi,  e alle interpretazioni sbagliate.

Riusciresti ad individuare il motivo dell’esigenza di produrre arte?

Il motivo é di tentare a non doverlo trovare. L’esigenza di riempire un’incomprensione.

Fare arte é il lavoro più bello del mondo ed è l’unica vera storia d’amore intensa, passionevole e stronza.

Ti strema, sia nel momento in cui non la produci, sia nel momento in cui ti sporchi le mani.

Sono 24 ore al giorno di lavoro e studio, ogni dialogo scambiato, ogni occhiata qua e la si riassume nella pratica artistica a noi più consona.

Barthes lo chiama valore, quello del Rischio di essere pigri in questo mondo che ritiene il soffermarsi un fallimento.

La conquista della pigrizia quindi.

Flaubert diceva “per che cosa volete che mi riposi?”, è proprio l’affermazione che dovremmo utilizzare quando capiamo che il motivo di fare arte è per noi continuare a vivere coerenti e consapevoli.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Suites for Cello, Suite No. 1 in G Major – Johann Sebastian Bach

Aggiungo questo classico solo perché mi capita di ascoltarlo ora. Il caso.