Diana Thorimbert

Qual è il tuo approccio con la definizione di artista?

Non mi definisco un’artista nel mio quotidiano, né in una situazione in cui c’è bisogno di una chiarificazione, di una definizione di quello che si fa, delle cose con le quali si lavora, non mi è mai successo di definirmi tale. Non credo che questa parola compaia nelle mie riflessioni di me stessa. È presente nelle mie interazioni, ma è raramente riflessa alla mia persona. Mi trovo a ricevere questo nome da fuori, però tendo a volermi svincolare…più che altro per non dover pensare a tutte le cose contenute in questa definizione, mi mettono un po’ di pressione, probabilmente cerco di ignorarla e cerco di concentrarmi su altre parole che preferisco.

Ad esempio?

Altre parole in generale. Come non vedo e non so definire il concetto di arte, ho lo stesso atteggiamento anche verso la parola artista, non ho una parola sostitutiva. Ho sentito che alcune persone vogliono reinventare questi termini, “ricercatori” o altri ancora…

Mi piacciono di più altre parole come “documentazione” o “autenticità”, “prospettiva”. Non ho dei sinonimi della parola artista, mi piace lavorare di più su altre parole, lasciare che quella faccia la sua strada da sola.

Come ti piace definirti quindi?

Sono in un grande caos quando mi definisco, cerco sempre di deviare su cosa mi piace fare. Non sono assolutamente arrivata ad una definizione che mi rende felice, soddisfatta e che rispecchia il mio lavoro o quello che vorrei fare.

Cosa vorresti fare?

Per me adesso l’importante è assolutamente imparare ad esprimermi, l’espressione in sé è ancora tanto varia.

Per quale motivo vuoi imparare ad esprimerti?

Non posso fare a meno di volermi esprimere e di farlo nel modo più coerente con quelle che sono le mie necessità di espressione. Oggi pensavo proprio a quell’ansia che mi viene, sempre collegata alle mie passioni (quando ero piccola, prima di andare a fare una lezione di cavallo, una passeggiata a cavallo mi cagavo sempre addosso), a tutte le passioni che si sono affacciate nella mia vita piano piano. Questa è una cosa che caratterizza una necessità di espressione, un po’ di adrenalina, cercare di tirarmi fuori dalla mia insicurezza di espressione, che mi ha caratterizzato per via del mio carattere. Andare a punzecchiare quell’insicurezza e tirarne fuori quello che mi piace.

Questo tirare fuori ha una relazione con l’altro, con chi guarda il tuo lavoro?

Si. L’espressione è totalmente collegata con la comunicazione, quindi con un’altra entità al di fuori di me, comunque vedo che tengo molto al fatto che le altre persone vedano quello che faccio, quindi c’è sicuramente una forte attrazione per il momento in cui la mia espressione si confronta con un’altra entità.

È necessario per te questo confronto?

Non è l’origine della cosa, però è una fase necessaria si.

È necessaria per il momento di comunicazione tra me e l’altro, per ridimensionare quello che sto facendo e che ho fatto, per farlo vivere in un altro modo, se lo vivo solo io è la metà della strada. Tutto quello che nasce da me, vive dentro di me e si esprime, poi va tirato fuori. L’espressione stessa vuole andare da qualche parte, si mette in moto e ha bisogno di confronti.

Questa cosa può essere vicina al concetto di arte?

Diciamo di si, le parole che ho tirato fuori adesso potrei forse facilmente utilizzarle se parlassi di arte: espressione, comunicazione, confronto, specchio. Penso che le potrei associare a quello, ma anche perché associo al concetto di arte un sacco di cose, ci vedo entrare tutto e niente, quindi in questo momento potrei associarne molte altre riferite alla vita delle persone per esempio, anche se non si definiscono artisti e non fanno niente di artistico… la vedo ampia la cosa.

Pensi che l’arte non sia circoscritta al mondo dell’arte, o non debba essere legittimata in qualche modo?

No.No.

Potrebbe quindi essere in ogni momento e in ogni luogo?

Si, dal mio punto di vista si.

Bisogna saperla vedere…

Si. Se mi sento libera di vedere l’arte in tante cose, mi sento libera di far si che le cose si esprimano. Questa cosa mi permette di pormi domande, di vedere delle cose belle, di vedere delle cose critiche, il fatto di non porre limiti a che cos’è e dove appare l’arte, dove può esprimersi, dove può manifestarsi, mi aiuta a vederla ovunque e ad avere uno sguardo più produttivo.

Tu ti muovi in questo senso, ma molta gente non lo fa.

Si, perché ho scelto un tipo di espressione in un certo modo, perché mi sento estremamente… mi sento nata in un flusso.

Devo sempre riferire questa mia visione, questo mio riconoscere che c’è differenza tra un tipo di sguardo e un altro, all’ambiente in cui sono nata e cresciuta, agli incontri che ho fatto…

Questo influisce sulla tua produzione?

Si certo, tutto quanto influisce perché lo vedo come insieme, come necessità. Devo assolutamente andare a racimolare tutti i semini in giro e raccogliere gli strumenti per farlo al meglio, per sentire poi di avere gli strumenti per esprimermi.

Questa necessità di espressione dove si colloca? Questo vedere l’arte senza definirla avviene sempre o in determinati momenti?

Avendo intrapreso ultimamente uno sguardo concentrato sul documentare ed essendo partita dal mezzo fotografico, che documenta come prima cosa (secondo me), devo dire che le antenne sono spesso…devono essere sempre accese, le orecchie sempre aperte e gli occhi sempre aperti. Deve esserci una continuità nella mia testa e nei miei occhi per percepire quello che poi è spunto di espressione. Non lo riuscirei a definire in un momento preciso…allo stesso tempo ci sono degli apici in cui posso ricollegarmi a quella paura di cui ti parlavo, a quell’adrenalina, quel sentirmi instabile che c’è nel momento più intenso di una produzione, quello è circoscritto. Il resto è il mio vivere che è magari caratterizzato da un paio di antenne che si concentrano su determinate cose.

Vivi questo come esigenza reale del tuo vivere.

Si. Ultimamente avevo la necessità di avere sempre con me una macchina fotografica (ieri avevo la batteria scarica prima di uscire mi è venuto un colpo), sono andata a cercarmela, ho ricevuto un aiuto economico che mi ha permesso di andare a cercare esattamente quello di cui in quel momento avevo bisogno: uno strumento per documentare delle cose che continuavo a vedere, a sentire, ma che non riuscivo a portarmi a casa.

Cosa implica il portarsi a casa le cose?

Implica un’altra fase del lavoro, implica l’impressione di qualcosa che resta e che si può rimanifestare con me e successivamente con la condivisione.

Tornando alla necessità di espressione, secondo te ha un’origine?

Anche prima mi destabilizzava la domanda di dove collocare questa necessità. La riflessione è movimentata, saltella dappertutto e non si capisce dove fermarla e dire “parte da lì”.

Ogni tanto mi faccio un gioco: senza cosa perderesti questa necessità? In questo momento posso vedere la mia forte dipendenza da degli stimoli e delle strutture, che sono per me riconducibili a persone e a interazioni.

Guardo anche i momenti in cui mi si abbassano o mi si alzano i ricettori, quei momenti per me sono ancora molto legati a delle interazioni, a degli scambi con delle persone, degli stimoli senza i quali non ho modo di partire o di trovare l’energia. Comunque è una cosa che arriva un pochino dopo, non è veramente l’origine di tutto. È l’avvenimento che innesca il processo, ma il fatto che il processo si inneschi non dipende da quell’avvenimento, è un passo ulteriore rispetto a quel luogo, parte del corpo, qualsiasi cosa sia da cui nasce quella roba lì.