Emilio Vavarella

Pensi che la figura dell’artista abbia qualche tipo di responsabilità verso il mondo dell’arte e verso il mondo in generale?

Certo. Penso che la figura dell’artista abbia delle responsabilità. Ma penso che questa non sia una prerogativa unica dell’artista. Che tu scelga di essere un giornalista, un comico, un artista o un impiegato in una compagnia farmaceutica, anche tu hai delle responsabilità nei confronti della società e del Pianeta. Pensare che una categoria lavorativa come quella dell’artista abbia maggiori responsabilità, pur essendo più vulnerabile ed esposta alle logiche del neoliberismo, non è eticamente accettabile. Significa addossare tutte le responsabilità e le pressioni sull’anello più debole della catena. Scavare tra i motivi per cui questo accade ci porterebbe lontano. Io sono convinto che ciò non avvenga per una qualche forma di contorto sadismo collettivo nei confronti degli artisti, ma a causa di complessi meccanismi storici e psicologici, tra cui credo che meriti particolarmente attenzione il meccanismo dell’autoconsapevolezza. Credo che il livello di autoconsapevolezza degli artisti sia mediamente più alto di quello generale a causa dell’importanza della riflessività come elemento fondante della pratica artistica. Consapevolezza e responsabilità sono fortemente legate.

Quanto influiscono questi due concetti sull’ ideazione e la formalizzazione di un’ opera d’arte?

Senza consapevolezza non c’è né ideazione né formalizzazione. Basti pensare alle straordinarie capacità computative delle intelligenze artificiali, incapaci però di “ideare” e paradossalmente “libere” solo di eseguire, proprio perché prive di consapevolezza. Prive cioè di quella scintilla creativa che dall’idea passa al progetto e, attraverso la formalizzazione, all’opera finale.

La responsabilità, come dicevo, non è prerogativa dell’artista e dunque nemmeno della sua opera. Ha semplicemente a che fare con il ruolo che l’artista prova a ricoprire come membro di un gruppo di persone, e del ruolo (o ruoli) che preferirebbe venisse attribuito al risultato del suo lavoro. L’unica differenza significativa tra il fare un discorso simile relativamente a un artista, invece che in riferimento agli ultimi prodotti della Apple, o all’eco-sostenibilità di H&M, è che l’artista, anche quando protagonista del suo tempo, può essere più incline a ricercare alternative produttive ed epistemologiche a scapito del guadagno immediato. Cosa impossibile per un’azienda che vuole restare protagonista del mercato o semplicemente parte di un mercato.

Qual è, secondo te, il ruolo dell’artista nella contemporaneità?

Me ne vengono in mente tre di ruoli: (1) salvaguardare l’inutilità e la non produttività. (2) Investigare nuove possibilità di ricerca e significazione. (3) Produrre forme alternative di autonomia. Ma, vorrei puntualizzare, dire che l’artista ha uno o più ruoli da ricoprire implicherebbe affermare che l’artista ha anche precisi obiettivi, doveri e metodologie. Cosa sulla quale non sono per nulla d’accordo. Certo, l’artista manifesta attraverso il suo agire varie cose che possono essere dipinte come ruoli più o meno stabili. Ma ciò che lo rende contemporaneo è la capacità di smarcarsi sempre da qualsiasi ruolo gli venga cucito addosso, di calarsi in infiniti ruoli pur mantenendo la propria autonomia.

Non si può definire quale sia l’obiettivo di un artista? Perché lo fa?

Provo a partire da quattro presupposti, tutti riferiti alla contemporaneità e all’Occidente. Uno. L’obiettivo dell’artista, ossimoricamente, è fare arte.

Due. Ciò che si definisce arte e le modalità di realizzazione non hanno una forma fissata nel tempo.

Tre. L’arte contemporanea è legata ad un costante discorso intorno a se stessa e contemporaneamente alla costante riscrittura della propria storia.

Quattro. La parola arte raggruppa svariate tipologie di cose che non hanno caratteristiche o motivazioni omogenee.

Il perché si fa arte dunque, essendo strettamente legato al tipo di arte prodotta, varia nel tempo e nello spazio e non è unitario. Questo porta indubbiamente a diverse motivazioni, tutte valide, del perché si fa arte. Se ti interessa una risposta meno generale e più concreta ti consiglio di effettuare una serie di ricognizioni parallele, anche solo su scala regionale o cittadina, e per ogni piccolo ecosistema di artisti (professionisti, amatori, ricercatori indipendenti, accademici, artivisti) troverai validissime risposte al tuo perché. Nella mia precedente risposta ti ho descritto i tre ruoli principali dell’artista nella contemporaneità e ti ho implicitamente descritto tre personali motivi del fare arte. Magari al termine della tua ricognizione saprai dirmi quanto tali motivi siano condivisi dagli altri membri del mondo dell’arte di cui faccio parte.

Nei tre motivi che hai enunciato è come se (2) sia riferito ad un concetto di utilità e (3) ad un’azione di produttività con un fine. (1) si colloca come un paradosso iniziale, minando la stabilità di (2) e (3), come si spiega questa singolarità?

Sul punto 2. No, ciò che si definisce arte e le modalità di produzione – o non produzione – artistica non credo siano strettamente legate all’utilità. L’utilità è tra i fattori che influenzano il fluttuare nel tempo della definizione di arte, ma non il più importante e non certo l’unico.

Sul punto 3. Il fine (una produttività di qualche tipo) è una conseguenza, ma non un presupposto. Così come il semplice fatto di essere in vita è in qualche modo legato alla produttività. Ma non è che l’arte contemporanea si dia un fine in quanto pratica produttiva generale, stiamo parlando di un campo non unitario e lo stiamo facendo a grandi linee, porsi degli obiettivi artistici è qualcosa di soggettivo.

Sul paradosso iniziale, “L’obiettivo dell’artista, ossimoricamente, è fare arte”. Credo che questa singolarità si possa spiegare semplicemente rinunciando all’ambizione di imbastire un discorso stabile, con tutti i rischi che ciò che comporta, senza rinunciare alla possibilità di esercitare critica e giudizio. Ogni mio discorso sull’arte è parziale e temporaneo e piuttosto chiaro. Il mio lavoro di artista, al contrario, sposa l’ambiguità e cerca di sopravvivere al suo tempo. Vedremo dove il continuo intrecciarsi di queste due strade mi porterà.