Marco Casella

Partiamo dalla tua ultima ricerca.

In questo periodo la mia ricerca si sta indirizzando a dei metodi, a cercare un metodo per costruire un’ immagine, un suono o un video. Si tratta di creare una struttura che costruisca in parte, da sé, la partenza del lavoro. Sto cercando dispositivi che mi allontanino dal dover costruire un’ immagine partendo da zero. In questo momento sto facendo un progetto, the tonal landscape project che è la costruzione del paesaggio sonoro attraverso una mappatura tonale di un luogo. Con un microfono e un accordatore mappo uno spazio, lo spazio nel quale mi trovo, sono partito da Perugia e adesso mi sposterò in altri luoghi…attraverso l’accordatore prendo un lasso di tempo nel quale mappo il cambio di tono che ha lo spazio. Il microfono capta il suono e lo traduce in toni. In seguito avviene una generazione di qualcosa partendo da una base, da una costruzione, da una struttura che è la traccia sonora, dove io vado a scrivere il pentagramma e a comporre una traccia sonora digitale, partendo dal cambio di tono dello spazio. Un’ automazione quindi, per costruire qualcosa.

Questo perché in questo momento, riflettendo, mi son trovato di fronte al problema della rappresentazione, ma più che al problema della rappresentazione, al problema della presentazione e della struttura di un qualcosa, di un qualche dato o di una qualche immagine.

Per questo il partire da zero, il partire dalla costruzione fine a se stessa di un’ immagine non mi basta, mi serve sinceramente cercare il come, il processo di costruzione di questa immagine o di questo suono, o comunque di un oggetto o di una rappresentazione inerente all’arte in generale.

Ho voluto andare oltre il concetto del “faccio qualcosa” (Il problema del “faccio pittura, faccio questo, faccio quell’altro”), costruendomi un qualcosa che mi comandi in qualche maniera, che mi costringa alla costruzione di qualcos’altro. Mi interessa partire da un dato di fatto, partire da un oggettività, che puo essere appunto una mappatura tonale di un luogo. Voglio fare una traccia sonora, voglio fare un paesaggio sonoro, ma non parto dal field recording dello spazio, ma parto da un pentagramma naturale, parto da un oggettività naturale che è il cambio di tono, come è, ad esempio, il cambio d’immagine utilizzando il green screen, dove io creo un’ immagine a priori, creo una linea, creo uno spazio a priori che poi digitalmente mi va a costruire l’immagine bucando il verde. L’immagine finale quindi è dettata sia dalla mia scelta della costruzione del dispositivo, sia da una scelta abbastanza randomica del soggetto. Io posiziono quell’oggetto, lo utilizzo e l’immagine che ne esce poi è distaccata da me, perché io non ho scelto tutti i parametri della costruzione della struttura.

Riflettendo su questa ricerca della rappresentazione sono arrivato a questo perché…il solito discorso, siamo in una società di inquinamento visivo e inquinamento di immagine e suono costruiti ad hoc per delle situazioni…che possono partire dagli emoticon, dalle immaginine che trattano una certa emozione in un dato momento, al jingle pubblicitario a qualsiasi cosa, sono tutte situazioni costruite ad hoc…quindi praticamente è o utilizzare quella situazione, o il costruirsi qualcosa che porta a quella situazione.

Costruire qualcosa che esprima, quindi partendo da un dato, partendo da un modello, che in questo momento per me è il paesaggio, il modello paesaggistico, perché è un modello che risale, che è stato scritto nella storia dell’arte, è stato creato. Questa cosa mi interessa parecchio, da lì parte il lavoro. Non partire da una tela bianca, ma partire da qualcosa di già costruito. Questo mi da anche molta più libertà d’espressione, mi lascia molta libertà di giocare con i media.

Esiste secondo te una relazione tra il non prendersi la completa responsabilità dell’immagine che si crea e il vivere nella contemporaneità di oggi?

Non è che non mi prendo la responsabilità dell’oggetto finale, cerco di staccarmi dalla responsabilità. La creazione di un’immagine è comunque responsabilità mia. Questo metodo serve per oggettivare, per staccarmi partendo da un dato di fatto in una maniera stilistica, strutturale, tecnica. Essendo probabilmente un architetto di immagini, essendo parte di quel gruppo di costruttori dell’immagine, di ideatori dell’immagine di creatori, non penso che in una contemporaneità sia indispensabile creare immagini o usufruire di immagini nuove che siano oltre la realtà, quindi immagini “da zero”. Si tratta piuttosto di partire dal reale e partire dallo spazio che ci circonda per poi costruire un immagine. Questo processo deve avere una fortissima valenza sul territorio, sullo spazio, è inutile, secondo me, dipingere per dipingere in questo momento, è l’utilizzo del mezzo più che fare il mezzo.

Mi parli di inutilità del dipingere, vuol dire che in qualche modo fai riferimento a un concetto di utilità che invece è presente in una ricerca diversa dalla pittura?

Vorrei capire dove sta l’utilità nel creare determinati processi che vanno ad esempio a rendere inutile la pittura.

Penso che l’artista oggi, come probabilmente è stato in altre forme, sia un mediatore. Io utilizzo questa struttura di lavoro soprattutto perché mi interessa quasi di più e secondo me è molto più forte ormai il ruolo dell’artista come organizzatore. Non solo come organizzatore a livello concreto di eventi, non sto parlando di pr, sto parlando di organizzatore dello spazio, organizzatore dell’immagine, organizzatore di un qualcosa, che è arte. Io non ti so dire dove sta l’utilità o l’inutilità, ti posso dare un mio punto di vista, ma non è neanche troppo importante secondo me…ti dico, il dipingere per dipingere è inutile tra virgolette, perché non organizzi per lo spazio, non organizzi per il mondo, l’artista adesso deve organizzare, partendo da un dato di fatto che è la realtà, è il nostro spazio, è lo spazio che ci circonda. La realtà è il dato di fatto. Il dipingere per dipingere è il costruire qualcosa che va totalmente oltre a questa situazione, che è vitale a parer mio. È la tela bianca dalla quale si parte, che non è una tela bianca, è il paesaggio è il luogo, lo spazio che occupa la tua vista, che occupa il tuo vuoto, il vuoto che tu pensi che sia la tela bianca. Noi non viviamo in uno spazio bianco, viviamo in uno spazio occupato.

La contemporaneità però ha sempre influenzato tutti, anche i pittori…

Infatti non sto facendo una critica verso i pittori o chi utilizza la pittura, io sto parlando di pittura a livello di costruzione dell’immagine , a livello di tela bianca. La tela bianca in sé…Io non ho la necessità di doverla utilizzare, di utilizzare questo vuoto che è tutto da organizzare, è tutto da costruire. L’organizzazione secondo me deve partire da un dato reale.

È quasi stupido pensare all’utilità e all’inutilità e comparare le due cose.

A parte il fatto che è un discorso talmente grosso che va oltre una ricerca fisica a momenti…

È come, mi viene in mente, la massa del bosone di x che…mi sono visto un documentario recentemente dove al CERN cercavano la massa di sto bosone che se era più di 35, non ricordo l’unità di misura, significava che tutta la fisica contemporanea e moderna della storia era da buttare, perché significava che c’era l’esistenza di un metacosmo che è il concetto per il quale il nostro universo dovrebbe stare all’interno di un insieme di tanti altri universi. Quindi all’interno di questo si genera il caos. Se il bosone avesse avuto una certa pesantezza voleva dire che era tutto caos, non si poteva arrivare quindi ad una legge che determinasse la situazione. Poi hanno trovato ovviamente che il bosone di x non sta né a 15, dove doveva stare per convalidare un’altra tesi, quella della simmetria, e non stava neanche a 45, stava in mezzo, ovviamente.

Quindi è dura se si parte da questi presupposti, anche di ricerca del perché dell’esistenza, se lì c’è un confine così ampio e così incredibilmente caotico, perché o è così o è cosà però in mezzo ci sono infinite possibilità. Trattare l’utilità di una cosa, soprattutto di un opera d’arte è un concetto molto, molto complesso, più che complesso è quasi…mi verebbe da dire inutile, però non lo dico. Mi verrebbe da dire che è una risposta inutile.

Non so quanto possa essere utile capire se una cosa è utile o non utile nell’arte, perché comunque è arte, e comunque ha la sua parte di inutilità, come la sua parte di utilità.

A me interessava capire quale fosse l’origine del muoversi in questo senso, perché allora? Perché si fa?

La domanda più vecchia del mondo…perché si fa…si fa romanticamente per avere un punto di vista sulla realtà, una reinterpretazione. È tutto interpretabile e reinterpretabile… Artisti conosciuti dopo sessant’anni, artisti riconosciuti ancora viventi… le dinamiche, se lasciamo perdere il sistema dell’arte, a livello sistematico che è praticamente impossibile oggi, perché esiste un logaritmo che decide il mercato, quindi siamo succubi delle macchine, si sta avverando il matrix praticamente, siamo succubi delle macchine anche a livello di mercato e a livello dell’opera d’arte, quindi c’è un logaritmo che decide bene o male chi e consiglia ai collezionisti su cosa spingere, su cosa comprare…quella cosa che dopo va comprata andrà alla collezione, va di qua, va di su di giu…anche lì è abbastanza labile. Non so cosa possa esistere, non so perché lo facciamo. Lo facciamo per interpretare, per reinterpretare e dare nuova vita alla realtà, dal momento che l’arte è una delle poche cose che è sempre stata onnipresente, questa onnipresenza ha la sua utilità e lì secondo me finisce il discorso. Non è tanto importante il perché lo facciamo ma è tanto importante il fatto che lo facciamo.

In altri termini, se dovessi decidere se il tuo lavoro ha un ruolo attivo o meno all’interno della contemporaneità?

Ci sto lavorando, è una cosa che mi sta crucciando parecchio, ci sto lavorando…

Ti piacerebbe raggiungere un ruolo attivo?

Si. Il (non si vedono le virgolette ma ne sto facendo tantissime) il lasciare un segno… ed è anche il perché ho trovato ormai (ancora virgolette) inutile, fare pittura, fare questo, fare quello, perché questo distaccamento mediale ti allontana da questa cosa, ti allontana dall’essere utile (ancora) a questa situazione qui.

Vuol dire che essere attivamente partecipi della contemporaneità attraverso l’arte è in qualche modo utile? Stiamo definendo che cos’è l’utile a questo punto…

Si praticamente si…

Oppure potrebbe esistere anche una realtà in cui pur essendo attivi nella contemporaneità non emerge un’ utilità del lavoro per le persone, per il sociale, per la politica…

Eh però, si dice che l’arte accompagni i tempi e li anticipi a momenti… quello che deve fare un arista è questo…anticipare i tempi, è dare un punto di vista sulla realtà, pure criptato, perché non ha limiti…

Questo punto di vista ha un ruolo attivo secondo te, dal momento in cui sfocia nel mondo?

Può non averlo… non lo so, cosa vuol dire attivo? Nel senso che vada a modificare il mondo, tra virgolette?

Forse che voglia essere uno strumento di cambiamento per chi lo guarda, per chi lo legge, per chi lo vive…

Secondo me l’opera d’arte sta proprio lì, quando raggiunge quel livello. Quella è la vera rivoluzione, quella si può chiamare opera d’arte, non tutto il resto. Il resto sono lavori, sono immagini, sono costrutti. L’opera d’arte è quella che cambia il punto di vista oltre che nel mondo dell’arte anche nella contemporaneità…poi è un discorso molto complesso per un sacco di valori che ci stanno in mezzo, si può anche andare a riprendere il discorso che il contadino è artista perché fa il contadino… quella è una presa di posizione un po’ paraculo sotto un certo punto di vista, non sto dicendo che Joseph Beuys è paraculo, sto dicendo che quella è una soluzione alla quale non puoi dare torto oggi come oggi. Il confine tra gli operatori dell’arte e i non operanti è sempre più labile, ci sono comunque ingegneri che fanno arte…se vai a un congresso di fisica, i grafici che ci sono al congresso di fisica sono delle opere d’arte… è ruolo dell’artista come anche di qualcun altro, però comunque è il genere che fotte in quel senso lì, è lì che sta l’utilità e l’inutilità, per me un fisico o un ingegnere potrebbero essere artisti, per altri no… Magari per il mondo dell’arte no, per l’ingegneria no, per me si, per qualcun altro si…è essere utili al mondo comunque…

Fare arte è anche creare dei sogni, creare delle cose belle…ci sono mille sfumature tra il creare una cosa bella e l’essere utili a livello globale…ci sono quaranta miliardi di infinite sfumature all’interno, tutte utili probabilmente. È espressione, rirappresentazione, espressione, riorganizzazione, reinterpretazione, rappresentazione e presentazione. Sono tutte forme.

E poi c’è il linguaggio… il linguaggio dell’opera d’arte, del sistema dell’arte, implica delle barriere conoscitive, queste barriere conoscitive non fanno arrivare l’ingegnere a fare l’opera d’arte…come io non posso andare al CERN a fare gli esperimenti, purtroppo è così, se non fosse così sarebbe un mondo migliore… caricamento alla matrix dei software e via…è la risposta…o questa è la domanda come dice Morpheus.