Miriam Secco

Pensi che l’opera d’arte possa avere un’utilità nella contemporaneità?

Un’utilità non oggettiva, la stessa utilità che può avere andare dallo psicologo, non è l’utilità di un mezzo, di un oggetto di un’opera di design, è un’utilità psichica, in qualche maniera forse una necessità… come credo sia sempre stato.

Se ha un’utilità è quella di lasciare una sorta di sunto storico di un periodo… un’ utilità di riflessione, di auto-riflessione.

Secondo te l’opera agisce solo sul pubblico o anche sugli artisti stessi che la generano?

Soprattutto sugli artisti stessi, poi il focus è di riuscire a raggiungere quanto più pubblico possibile. La mia opinione è che nel fare contemporaneo si riesca a raggiungere davvero un pubblico ridotto, quindi quegli artisti che riescono veramente a funzionare, quei lavori, non è detto che un artista funzioni nello stesso modo in tutta la sua produzione, quelle opere che funzionano veramente bene, forse sono proprio quelle che raggiungono; pur mantenendosi non ingenue e quindi non banali, riescono a raggiungere sotto diverse chiavi di lettura un pubblico molto ampio. Se tu hai gli strumenti per comprenderlo, lo comprendi pienamente fino in fondo, chi non ha gli strumenti lo percepisce, lo intuisce magari, non lo comprende razionalmente ma comunque gli arriva… secondo me quella è un’opera che ha funzionato e che funziona, però è raro che sia così.

Che cos’è che arriva secondo te?

Dipende dalle chiavi di lettura, dipende dall’opera. Spesso mi sembra che arrivi una percezione, una sorta di intuizione basata su dei collegamenti mentali che ci porta ad una riflessione profonda sulla nostra condizione, su quello che siamo, sul mondo, su tante cose a seconda di quello che vuole dire l’opera.

Queste riflessioni si possono definire utili per gli esseri umani?

Secondo me sono fondamentali più che utili. Fondamentali ed imprescindibili visto che è più forte di noi esprimerci riflettendo su noi stessi o su quello che ci circonda.

Essendo l’arte un veicolo per generare questa situazione, quanta responsabilità deve prendersi l’artista di essere portatore di ciò nel mondo?

Tanta, perché è difficile capire fino a che punto sia giusto seguire un certo tipo di ragionamento, di tensione verso qualcosa e fino a che punto mediarlo, nelle modalità espressive, come il contemporaneo chiede che venga veicolato…quanto seguire la grammatica richiesta da una certa critica che è globalmente condivisa… è come stare in equilibrio su una corda, il rischio a volte è di andare troppo da una parte, lasciarsi troppo andare nei propri viaggi e affermare troppo il proprio ego, che non è esattamente quello che un artista vorrebbe fare o comunque partire per un viaggio che è troppo personale o che non ha attinenza con la realtà del contemporaneo, cioè con chi ti ascolta, con chi ti guarda, con chi ha a che fare con quello che tu produci… e dall’altra parte il rischio di cadere verso un atteggiamento da “secchione” per cui il fare seguendo esattamente le regole che richiede la critica ed il mercato così da essere sicuri che il lavoro sarà veicolato. Anche questo è un rischio grande, perché poi, alla fine, si rischia di creare copie su copie di qualcosa che non è contemporaneo con uno sguardo leggermente verso quello che abbiamo davanti, ma contemporaneo già preesistente, quindi non proprio onesto.

Secondo me è una responsabilità grande.

Si parla quindi di forma e contenuto, affermi che il contemporaneo agisce molto sulla forma, e sul contenuto quanto agisce?

Tantissimo anche.

Credo che non ci siano grandi differenze rispetto al passato, in ogni epoca c’è stato un condizionamento sia sul contenuto che sulle forme. Mi sembra che nel contemporaneo il discorso del contenuto abbia un diverso peso perché siamo in una società scientifica, che da molta importanza quasi ad una formula matematica, per cui tu quando pensi ad un’ opera dal punto di vista del significato, del suo senso, il cerchio si deve chiudere, tutto deve tornare in un discorso quadrato, che sta in piedi e che è razionalmente perfettamente spiegabile. Questa cosa ha un peso molto grande credo, perché non tutti gli artisti agiscono in questa maniera…per alcuni è più facile relazionarsi in questo modo, per altri più difficile…però è la dinamica che c’è ora…

Pensi che ci sia differenza tra l’essere artista ed il fare l’artista come lavoro?

Si.

Posso chiederti perché hai scelto questo percorso?

Non l’ho scelto, lo sapevo da quando ero bambina… lo scelgo ogni giorno, fa parte di me, mi è impossibile non esserlo o non farlo anche quando ci provo… è molto più di un lavoro.

Quanto ti prende dalla tua vita?

Tutto.